Forse solo i “meno giovani” (esserlo è un vantaggio, in questo caso!) o i grandi amanti del cinema ricorderanno questa frase: “Oseresti dire, miss Rossella O’Hara, che la terra non conta nulla per te? Ma se è la sola cosa per cui valga la pena di lavorare, di lottare, di morire, perché è la sola cosa che duri!”. Sono le primissime scene di un grande capolavoro: una donna, grande abbastanza da rimanere affascinata dal lusso, ma ancora troppo giovane per cogliere a pieno la minaccia di una guerra, viene ripresa dal padre, un uomo grande a sufficienza per comprendere quali siano le vere risorse, quelle che restano quando le più ovvie e fugaci siano state annientate da una lunga ed estenuante crisi.

Credo che la stragrande maggioranza dei giovani, oggi, non possa comprendere il senso di quella frase. Parlo dei giovani che vanno via dai loro paesi, che abbandonano le loro realtà natie per conoscerne altre e cercare suoli in cui le loro radici possano garantire alberi più lussureggianti. Credo però che ci siano altri giovani, di sicuro una minoranza, che abbiano già compreso il messaggio sotteso tra quelle parole pronunciate ai piedi di una grande quercia. Sono i giovani che scelgono di non andare via, quelli che sanno già che il terreno che calpestano ogni giorno sia il migliore possibile, convinti che in nessun altro luogo potranno far crescere frutti più dolci.

Noi siamo rimasti. E la raccolta dei nostri frutti è solo l’atto conclusivo di un lavoro che ci vede impegnati dodici mesi l’anno. Lasciamo che il sole, i nutrienti della nostra terra e le rare piogge portino a compimento un grande progetto, che noi supervisioniamo giorno dopo giorno con amore.

I frutti di aranciAmato

Il coltivatore non firma contratti: non ha supervisori, un limite massimo di ore di lavoro né ferie assicurate. Il coltivatore stipula un patto solenne: confida in Madre Natura, lavora finché è necessario e crede nel valore della propria opera.